Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

L’autolesionismo

Il bisogno di farsi del male

1. Cos’è l’autolesionismo. Definizione e descrizione clinica

Autolesionismo
Deriva dal greco αυτός, sé stesso, e dal latino ledere, ferire. Essa indica l’atto attraverso il quale un individuo si provoca intenzionalmente del male, sia in senso fisico che in senso morale.

«Tu non puoi più farmi del male!». Quante volte abbiamo sentito l’amante deluso urlare questa frase al suo oggetto d’amore, divenuto per qualche rovescio della sorte il suo peggior nemico. La ricerca dell’invulnerabilità — o, detto in altri termini, dell’insensibilità — è una delle più drammatiche avventure della psiche umana. Frutto di sofferenze antiche e recenti causate da genitori rigidi e persecutori o da contesti educativi sadici e umilianti, il desiderio d’essere insensibile può produrre un inquietante paradosso. Giovani poco più che adolescenti, soprattutto ragazze, talvolta anche donne adulte, si provocano tagli in ogni parte del corpo mediante lamette, forbici o coltelli, si bruciano con cicche di sigarette, si fasciano i seni fino a farli dolere, si costringono a regimi dietetici spietati o a ingoiare cibi disgustosi inducendosi sofferenza.

Si tratta di una psicopatologia più diffusa di quanto di solito si pensi, che unisce il masochismo fisico (il piacere di farsi o di farsi fare del male) all’individualismo più estremo e solitario. Questa patologia si chiama autolesionismo e viene siglata come DSHS (Deliberate Self Harm Syndrome, Sindrome da autoferimento intenzionale); tra le adolescenti ha ormai raggiunto una diffusione analoga a quella dell’anoressia e fornisce alla ragazza che ne è affetta la stessa ambigua aura di diversità. Adotta tecniche — dal taglio alla bruciatura, dall’abrasione all’escoriazione, dalla flagellazione all’induzione forzata del disgusto — note (per tutt’altri scopi) alle sante dei secoli passati, in una mimesi parodistica della forza di carattere e della virtù.

Ossessionate dai loro rituali che combinano l’esaltazione del autocontrollo col masochismo psichico e fisico (di cui ho scritto in [1]), riescono infine a escludersi dalla vita sentimentale simulando l’inviolabilità e raggiungendo l’insensibilità.

Dice una ragazza affetta da tale disturbo: «Ho capito che lo faccio per allontanare gli altri... Avendo tante cicatrici sul viso e sul corpo, finisco per fare ribrezzo e così mantengo gli altri a debita distanza. In un certo verso la cosa mi rassicura, data la mia paura degli altri. È come se fosse una “barriera di protezione”.». In sostanza il motto dell’autolesionista potrebbe essere: «Sono io a farmi del male, non tu!»

Si tratta dunque di una patologia dell’identità affettiva e di genere caratteristica di donne giovani e insicure, che va sottratta alla solitudine e affidata alle cure della psicoterapia e dei gruppi di auto aiuto, perché si sviluppi un’identità femminile matura, capace sia di autonomia che di relazione.

2. Una valutazione psico-sociale

Una ragazza, che ha dialogato con me tramite e-mail, descrive con precisione la funzione difensiva dell’autolesionismo (d’isolamento e rivendicazione autarchica di controllo su di sé):

Mi sembra che tutto sia cominciato intorno ai 16 anni, quando ho cominciato a sentire dentro di me una strana sensazione, come di disagio, una velata malinconia. Il rapporto con i miei genitori non è mai stato dei migliori. O meglio, in famiglia non ci sono gravi problemi ma a volte litigavo di brutto con i miei, soprattutto con mia madre, che ha una visione della vita diametralmente opposta alla mia. Poi per altri motivi (amicizie, mancanza di amori, e altre cose), ho cominciato a sentirmi triste, sempre, ovunque e comunque.

Questi “sfoghi” sul mio corpo non sono mai seguiti a delle liti, non sono mai stati degli sfoghi di rabbia immediata. Mi ritrovavo magari a graffiarmi con le unghie dei piccoli brufoletti o imperfezioni che sentivo sulle braccia o sulle gambe, cose che mi hanno sempre dato fastidio e irritato, e da lì mi provocavo tante piccole ferite, tanti piccoli graffi, ma tutto ciò di solito avveniva in momenti in cui non avevo pensieri per la testa oppure quando mi sentivo... non so... stufa di tutto. Ciò accade anche oggi. Quando sento dentro di me come un insostenibile fardello e non ho voglia di fare niente, allora comincio a stuzzicarmi. Odio sentire le croste dei graffi sul mio corpo, sicché mi graffio nuovamente per toglierle... Inutile dire che mia madre ha sempre trovato le mie magliette piene di macchie di sangue, ma mi dice semplicemente che s’è rotta le scatole di lavarle, non che le importi qualcosa del mio malessere.

La giovane autolesionista è molto esplicita: dapprima c’è una tristezza di tipo depressivo, che potrebbe spingerla a chiedere contatto affettivo a qualcuno, a cercare un senso della vita fuori della sua stanza, del suo isolamento, o anche indurla a protestare nei confronti del mondo in cui vive. Questa tristezza tuttavia urta contro la barriera di una delusione, di una mancanza di fiducia in sé e negli altri. Poi, da quel momento, si avvia come per forza d’inerzia la pratica autolesionista: la ricerca di dolore, la sensibilità autoreferenziale, l’imbruttimento del corpo.

L’effetto è che la ragazza si isola (il dolore contrae l’io; la sensibilità chiusa nell’io esclude la relazione col mondo; l’imbruttimento genera vergogna e bisogno di nascondersi), e cessa di desiderare un contatto ritenuto inutile.

L’autolesionismo, dunque, coincide con l’affermazione di una personalità introversa e solitaria, che radicalizza questi suoi tratti allo scopo di non dipendere da nessuno. La sofferenza è intesa come dato ineludibile della vita (masochismo morale), ma essa è amministrata dall’Io: non è imposta al soggetto da qualcun altro.

Spesso questa patologia, soprattutto quando si manifesta in fase giovanile, coincide con il rifiuto di una condizione di vita iperprotettiva, dovuta a famiglie che proteggono il corpo dei figli (e lo custodiscono come un valore sacro) ignorando o mistificando l’esistenza di una psiche meritevole di attenzioni quanto e più del corpo. Altre volte, l’autolesionismo coincide con una condizione di indigenza o di marginalità nella quale la società impegnata nel valore dell’assistenza fisica viene ripudiata con odio sulla base della sua inettitudine a coltivare i valori della psiche e della sensibilità morale.

Intesa come protesta di categoria (di alcune frange giovani o di marginali) l’autolesionismo da solitario e nascosto può divenire un fenomeno trendy, di tendenza, e come tale esibito (almeno nei suoi stili e nei suoi risultati ultimi). A questo punto esso non è più da considerare una psicopatologia bensì una forma complessa di «perversione morale», gli strumenti della cui risoluzione dovranno pertanto essere non solo psicologici ma anche di carattere psico-sociale, politico e culturale.

La patologia rivela, dunque, una grave lacuna culturale: la società attuale si mostra esperta nella gestione fisica delle persone (sacralizzando il concetto di salute del corpo e di amore di sé), di fatto però fingendo di ingnorare che la salute del corpo è un effetto della sua libertà; e che la libertà del corpo coincide sempre con una coscienza in grado di opporsi in modo fruttuoso ai condizionamenti sociali, compreso quello che comanda la fruizione passiva del benessere piuttosto che l’attivazione e l’analisi profonda del malessere psicologico personale e collettivo.


Bibliografia

  1. Ghezzani N., “Volersi male”, Franco Angeli, Milano, 2002.

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