Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Da aprile 2011 torna in libreria

Nicola Ghezzani: “Quando l’amore è una schiavitù”, editore Franco Angeli

Seconda edizione aggiornata dall’autore

Sintesi

Copertina del libro “Quando l’amore è una
schiavitù” di Nicola Ghezzani. L’amore può far male? Qual è la natura intima dell’amore e che rapporto intrattiene con l’impulso passionale? Esiste nel mondo un numero crescente di individui che si dibatte in dinamiche amorose il cui esito finale è sempre la sconfitta e la sofferenza, e che, nonostante ciò, si dedicano all’amore con la stessa dedizione di un religioso per la sua fede. La psicologia contemporanea definisce questa patologia come dipendenza affettiva. La tesi dell’autore è che se la dipendenza affettiva è una patologia, essa lo è in un modo del tutto particolare: dotata in modo estremo (passionale, appunto) di risorse di libertà che il soggetto deve solo imparare a scoprire in se stesso per renderle infine funzionali alla salute e alla vita.

Quarta di copertina

L’amore può far male? Può arrivare a uccidere? E se vi arriva, può ancora chiamarsi amore? Qual è la natura intima dell’amore e che rapporto intrattiene con l’impulso passionale? In che modo l’amore arriva a configurarsi come una dipendenza patologica? Esiste nel mondo un numero crescente di individui che si dibatte in dinamiche amorose il cui esito finale è sempre la sconfitta e la sofferenza, e che, nonostante ciò, si dedicano all’amore con la stessa dedizione di un religioso per la sua fede. La psicologia contemporanea definisce questa patologia come dipendenza affettiva e, in inglese, love addiction.

Non ogni amore si esprime in una dipendenza, ma ogni dipendenza affettiva ha bisogno di un amore per radicarsi in una personalità. Al pieno del suo sviluppo, la dipendenza affettiva altro non è che passione amorosa il cui esito è sovente la sofferenza, la malattia, la morte. Ma cos’è la passione amorosa? Scrive Ghezzani: «La passione amorosa è un complesso di amore e di odio. L’innamorato patologico si lega al suo oggetto d’amore per dare soddisfazione sia a esigenze di amore, sia a esigenze di odio. Nella sua passione convergono il flusso dell’amore (il bisogno imperioso di vivere un amore in piena libertà) e il flusso dell’odio... Se non si comprende che la passione amorosa è una ricca ancorché oscura miscela di amore e di odio, e se non si comprende quanta energia liberatrice c’è in quest’odio, si espropria il soggetto ammalato della sua forza caratteriale e lo si condanna a cercare sempre nuova dipendenza amorosa o a sostituirla con le terapie e i servizi di aiuto».

La tesi dell’autore è dunque che se la dipendenza affettiva è una patologia, essa lo è in un modo del tutto particolare: dotata in modo estremo (passionale, appunto) di risorse di libertà che il soggetto deve solo apprendere a scoprire in se stesso per renderle infine funzionali alla salute e alla vita.

Un brano del libro

In sostanza, la dinamica che porta all’amore-passione è una convergenza di amore e di odio, dove però l’odio viene rimosso e quindi nascosto e l’amore viene idealizzato: da essere, come ogni amore, azione di reciproca liberazione dal bisogno (da ogni bisogno), diviene asservimento sacrificale al bisogno altrui, generando quindi nuovo odio.

Detto in termini psicologici è accaduto che l’individuazione (la spinta individuale a costituire una identità autentica e autonoma) è de-generata in pulsione al dominio nei confronti del partner; infine in puro cupio dissolvi, un desiderio di annullamento che si risolve ora nell’atto dell’orgasmo (fisico o psichico) ora nel desiderio di morte, propria e altrui.

Le cause di quel blocco esistenziale che chiamiamo dipendenza affettiva sono allora tre:

  1. Nel primo caso l’amore non c’è affatto. Il nostro legame di coppia è basato sulla convenzione, sulla necessità e sul semplice scambio e restiamo aggrappati ad esso non per amore e nemmeno per una patologia, ma solo per consuetudine sociale e abitudine morale, per senso di colpa all’idea della separazione e per paura del nuovo. A proposito di questi rapporti dovremmo parlare di dipendenza sociale piuttosto che affettiva.
  2. In un secondo caso, l’amore c’è, è vero e potente, e irrompe nella nostra vita chiedendo la distruzione delle vecchie categorie: rapporti di parentela, sistemi sociali consolidati, valori abituali, tutto è da cambiare, tutto è da distruggere. Un amore così genera un terribile senso di colpa. E se non siamo in grado di sopportarlo e superarlo, se prevalgono istanze di pentimento e di riparazione, allora possiamo cedere. Quindi rinunciamo all’amore, torniamo indietro e instauriamo una dipendenza dai vecchi rapporti. Chiamiamo questa dipendenza dipendenza affettiva riparativa.
  3. In un terzo caso, infine, l’amore si rivela unidirezionale: amiamo senza essere riamati. Ma poiché avevamo vissuto l’innamoramento come una potenza liberatoria, uno stato d’animo paradisiaco nel quale il mondo intero veniva rigenerato, ecco che non riusciamo a rinunciare alla persona che aveva indotto in noi quella suprema beatitudine, che ci aveva fatti rinascere alla speranza. E allora persistiamo nell’illusione, inseguiamo la persona amata, che si allontana sempre di più, non riusciamo a credere ai suoi rifiuti, non riusciamo a darci pace, facciamo di tutto per stare ancora accanto a lei, anche solo per rivederla, per sentirne la voce, per rivivere ancora qualche istante la condizione meravigliosa che abbiamo perduto. Si tratta, in questo caso, di una dipendenza affettiva rivendicativa.

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