Affettività e amore — Sito di
Psicologia di Nicola Ghezzani

Delusione d’amore e chiusura affettiva

“Lilith” (1863), dipinto di Dante Gabriel Rossetti.

La punitività nei confronti dei propri bisogni

Imprevedibile, l’effetto di una cocente delusione sentimentale può indurre reazioni di ansia, di lutto e malinconia, di rabbia, talvolta di stalking... Non raramente induce reazioni di drastica chiusura affettiva.

Ho già trattato il tema della chiusura affettiva alla voce Anoressia sentimentale (che ho chiamato anche “Autarchia affettiva”). Non sempre, però, questa chiusura alla relazione di coppia è visibile e cosciente; spesso è nascosta dietro il velo del risentimento per quel partner e per il modo come lui ha “concluso” l’amore. In realtà, una reazione di questo tipo non è quasi mai casuale, non dipende mai da quella storia. La reazione di chiusura autarchica nel proprio Sé si verifica in personalità che in qualche modo erano già predisposte a reagire alla delusione con questo tipo di reazione: una chiusura accompagnata da una drastica – e più o meno consapevole – condanna delle relazioni sentimentali tout court. La delusione sentimentale si rivela allora, in questi casi, come l’occasione giusta per rendere manifesto un progetto latente della personalità.

Riporto qui una mail che può delucidare con una certa precisione questo aspetto della dimensione relazionale.

Diana

Caro dottor Ghezzani,
mi chiamo Diana, ho 28 anni e vivo all’estero.

Ho letto con molto interesse il suo articolo sull’amore come malattia, contenuto nel suo sito.

Mi trovo in una situazione molto delicata con il mio ragazzo e mi piacerebbe chiederle consiglio.

La fase della sottomissione

Mi sono innamorata di un ragazzo lo scorso febbraio.

Per la prima volta nella mia vita mi sentivo aperta e fiduciosa, con tanta voglia di costruire una relazione e pronta ad investire energie in essa e, allo stesso tempo, forte di un certo equilibrio che mi sembrava di aver acquisito nell’ultimo anno.

La mia fiducia e apertura è stata ripagata con un crescendo di sfiducia, anche quando io ero all’apice dell’innamoramento e di questa volontà di apertura e di scoperta, ed è culminata in veri e propri atteggiamenti persecutori da parte del mio amante e in infiniti processi alle intenzioni, ai miei trascorsi, alle mie amicizie ed affetti più cari. Ho vissuto gli ultimi due mesi di questo rapporto in un crescendo di violenza psicologica, tormentata da continue preoccupazioni...

La giovane donna che mi scrive la mail non racconta i tormenti subiti dal suo partner. Ci impedisce quindi di capire di che entità siano stati e se lei li abbia “collusi” (da complice del maltrattamento) o se invece li abbia sopportati con stoica pazienza sperando in una evoluzione positiva del rapporto. La “rimozione” della prima parte della storia dà l’idea di quanto Diana sia concentrata sull’epilogo. Il seguito della vicenda infatti spiega quanto Diana abbia in realtà soffocato i suoi sentimenti senza esprimerli.

Il punto di svolta e la vendetta

Sono stata in viaggio con il mio ragazzo per 15 giorni. Speravo che almeno nell’isolamento sociale che il viaggio porta con se lui si acquietasse, e che fosse una occasione per entrambi di conoscerci meglio e di capirci, e dunque di mettere fine al tormento. Inutile dire che è stato un incubo.

Il giorno stesso in cui sono tornata a casa e non lo ho avuto intorno lo ho tradito.

Assurdamente per me è stata una cosa inaspettata, così come in passato le mie azioni mi sorprendono, anticipando il mio pensiero e la mia capacità di capire che cosa mi stia succedendo. Penso che questo sia successo anche per via dello stress che pensare sempre alle potenziali reazioni inconsulte di un’altra persona sottragga consapevolezza. Non ero più abituata a concentrarmi su i miei bisogni, ma tutti i miei sforzi erano indirizzati a cercare di evitare i motivi di lite (che per me erano tutt’altro che validi e spesso insondabili).

Qui Diana esemplifica molto bene il passaggio, il punto di svolta, dal bisogno di integrazione sociale a quello di opposizione/individuazione (individuato dalla Psicoterapia dialettica quale fonte di emancipazione e autonomia soggettiva, ma anche di conflitto interiore e di senso di colpa). Ella ammette di aver speso molto del suo tempo di vita a capire gli altri; a questo punto, è quindi certa che: “...pensare sempre alle potenziali reazioni inconsulte di un’altra persona sottragga consapevolezza...”. Questa “illuminazione” segna il passaggio dall’altruismo più o meno sacrificale all’egocentrismo, all’attenzione a se stessa quindi alla scoperta dolorosa e rabbiosa dei bisogni frustrati, una consapevolezza tale da generare quell’impulso al conflitto e alla vendetta che la porta al tradimento.

A questo punto Diana è scissa: da una parte persiste un comportamento mimetico di legame, dall’altra la vendetta, nascosta, scava un’interiorità abitata da dolore, rabbia, odio, ostilità segregate e rese torpide dall’inibizione a manifestarle.

La collusione sadomasochista

Il mio ragazzo era solito prendere uno spunto qualunque e farmi una domanda sul mio modo di sentire, o la mia opinione rispetto a qualcosa. Questa era inevitabilmente sbagliata, dunque seguivano altre domande, e le mie risposte erano ancora più sbagliate, sentivo in lui crescere la rabbia e il bisogno di sfogarsi in violenza e non riuscivo a mettere un tappo a questa cosa. Grazie a dio si sfogava perlopiù addosso alle cose, ma anche essere chiamata con nomi poco lusinghieri o essere spinta su un letto, o vederlo sfogarsi su i tuoi oggetti personali non è stata un esperienza piacevole. Ovviamente, dopo una prima fase di tolleranza, io ho iniziato a coprirlo di insulti a mia volta, cosa che lui prendeva molto sul serio.

Comunque dopo il tradimento qualcosa in me è cambiato. Non ho avuto il coraggio di dirglielo, perché lui ha sempre minacciato di fare qualcosa di folle o dannoso per se stesso, e perché ha sempre detto che sarebbe stata una cosa tale da rovinare non solo il rapporto ma la sua intera esistenza. Quindi avevo paura anche per la mia incolumità personale.

Fatto sta che, pure passando altri dieci giorni con lui in viaggio in un’altra località, io ho preso le distanze, ho iniziato a sottrarmi ai processi e alle violenze e a mostrare la necessità di una normalità che tardava a manifestarsi. Lui ha provato tecniche diverse per riavvicinarmi, ma sempre cose folli, umilianti per se stesso, o di genere ricattatorio come fingere di sottrarre il suo affetto per poi esplodere in pianti preghiere etc. ...

La strada alla perversione è ormai aperta. Incapace di manifestare il suo disagio e di evolvere verso la fine del rapporto o verso la sua maturazione, Diana tradisce e riempie la sua nascosta interiorità di pensieri di odio e di ribellione. Ma allo stesso tempo, sottostà al rapporto di coppia che ormai odia. Il compagno, che avverte di essere allontanato e tradito senza capirne i motivi, reagisce con paura, dolore e violenza. Si apre così una complessa danza di aggressioni e di pentimenti, quella ciclicità perversa che nel mio libro Volersi male ho chiamato collusione sadomasochista.

La presa di coscienza e l’uscita dalla perversione

Non sapevo più che fare. Lui mi chiedeva di vivere insieme. Ho evitato di nuovo di essere sincera (fino a prima del tradimento ero stata terribilmente sincera, sempre) e gli ho raccontato come in questo periodo le nostre vite sarebbero state difficili da accordare per via dei miei impegni e dello stress su di lui che ne sarebbe derivato. Lo ho stimolato a curare di più le sue passioni personali, così che lui ha deciso di iscriversi ad un corso breve all’università, ad un corso in palestra, comprarsi una moto e infine, ad andare da uno psicologo.

7 anni fa, suo padre è morto, e lui aveva 18 anni. Ha sempre avuto un rapporto conflittuale con suo padre che era un tipo, a mio avviso, decisamente autoritario se non despota. Il padre ha avuto 7 figli maschi da tre matrimoni diversi, di cui quello con la madre del mio ragazzo è l’ultimo. la differenza di età fra i genitori è di 34 anni, e per darle la misura di ciò che intendo dire con autoritario, le dirò che la madre del mio ragazzo è francese, ma il mio ragazzo non ha potuto imparare il francese dalla madre perché il padre di lei non voleva che madre e figli parlassero una lingua che lui non capiva.

Tornati dalle vacanze ero decisa a lasciarlo. E lo ho lasciato. Ma lui non ha voluto. Così abbiamo parlato, ci siamo scritti, ci siamo spiegati (senza menzionare il tradimento) e abbiamo accordato di ricominciare a vederci una o due volte la settimana e fare cose carine insieme, che ci facciano stare bene etc.

Sta funzionando, anche se lui inizierà la cura psicologica la prossima settimana. Stiamo bene, non ci insultiamo più, ed essere tornati a Londra, i nuovi impegni, i nuovi interessi, sembrano fargli bene. Io ho passato una decina di giorni un po’ grigi, dovendomi riassestare e adattare ad una ritrovata solitudine, dovuta anche al mio essere “straniera”. Questa solitudine mi ha fatto bene, ho ripreso a concentrarmi sulle mie cose, a sentirmi più coinvolta dalle mie amicizie etc.

In questa nuova fase, sulla base di un inconscio senso di colpa e di una cosciente preoccupazione responsabile nei confronti del rapporto, Diana fa ammenda della sua tendenza al tradimento e al conflitto, quindi della sua vendicatività. Si preoccupa del suo compagno, lo aiuta a conoscersi meglio, a tollerare la complessità di un legame fra due persone autonome, lo spinge a una psicoterapia (individuando il problema del ragazzo nell’aver interiorizzato un padre repressivo e autoritario). Insomma, ce la mette tutta. Così facendo esce dalla collusione perversa, e avvia una relazione basata sulla responsabilità. Tuttavia...

La soluzione di compromesso. L’autarchia affettiva

Il problema è che pur provando affetto per lui, con tutti i deliri e soprattutto con il senso di disfatta che averlo tradito ha portato dentro di me, non sento più quella spinta costruttiva, quel senso di sacro e di bellezza che mi ispirava grandi emozioni e slanci, sono dubbiosa e non so se ne valga la pena.

E il mio problema non è più solo in relazione alla mia storia. Penso che così come credevo nell’amore, nella possibilità di un rapporto stabile e nella costruzione di affetti e magari di una famiglia, ecco, io nell’amore non ci credo più. La mia vita si è svuotata. Penso cose tipo: non sono capace di costruire un amore, non reggo alla mancanza di indipendenza, mi ciberò dei miei interessi intellettuali e delle mie amicizie, la mia vita sarà cura e ricerca ma giammai con una famiglia, un compagno maschio non è possibile, la comunicazione tra sessi è sopravvalutata etc etc etc. Insomma, negarsi gli affetti a priori non mi sembra una prospettiva lieta, e detesto l’idea di diventare uno di quei trentenni aridi che si sottraggono ad ogni confronto con l’amore, si rifiutano di stare stabilmente con una persona, e vanno cambiando di partner in partner, ma al momento non ho energie da investire, se non quelle poche che metto per dare una parvenza di sopravvivenza a questo rapporto.

Ha per caso un consiglio, o anche una frase che possa ispirarmi qualcosa di buono da offrirmi?

Se è riuscito a leggermi fino a questo punto la ringrazio, e spero di scoprire qualcosa di nuovo e di interessante dalla lettura dei suoi libri.

Grazie,

Diana

Il ritorno alla coppia sulla base della preoccupazione ha sortito una reazione di tipo depressivo. Diana in fondo, quando ha tradito e ha mantenuto un Sé separato per via del bisogno di nascondere le sue trasgressioni e i suoi rancori, si sentiva più viva, quindi, in un certo senso, stava meglio. In realtà, per la prima volta Diana è venuta a contatto con la sua mancanza di autonomia interiore. Nello stato di esaltazione dell’innamoramento, dove non c’è bisogno di avere un io autonomo, sta bene; ma sta bene anche se, individuando nell’altro un nemico (un maschio autoritario), si sente viva in virtù di una separazione psicoaffettiva garantita dal conflitto. In questo caso, il suo Sé è separato solo grazie alla rabbia. Nel legame responsabile scopre di essere disautonoma, anaffettiva, non viva. il vuoto prende il posto dell’io.

Al di là del fatto che il rapporto sia buono o cattivo e debba o no durare nel tempo, il problema di Diana è questa incapacità di essere libera e gioiosa nel quotidiano di una vita di coppia. Per ora, di qualunque coppia.

A seguito della lettura della sua testimonianza, le invio una breve mail di risposta:

Cara Diana
dopo essere riuscita a ricostruire la vita e forse la personalità del suo compagno vuole starne lontana su un piano affettivo e quindi in un certo senso privarsene? È strano...

Lui ha una serie di problematiche che lei ha bene inquadrato e che con l’aiuto di una terapia lui potrebbe riuscire a superare. Lei però ne ha altre. Lei innanzitutto non sa assorbire il dolore, quindi è vendicativa. Per questa storia, ma anche per la prossima se questa dovesse finire, tenga presente che l’amore non è un idillio senza incrinature, un paradiso senza serpente. Valuti meglio le sue capacità di integrare e sopportare il tradimento, la sofferenza, il conflitto, il legame... Lei ha molte capacità costruttive, ne faccia tesoro. L’altro problema che lei presenta è, a mio avviso, conseguente al primo. Poiché non sa assorbire il dolore e la frustrazione, non riesce a star bene ed essere libera nel rapporto, non contro di esso.

Se dovesse venire in Italia e volesse una consulenza mi chiami pure.

Un caro saluto

Nicola Ghezzani

A questa mia mail, Diana risponde in questo modo:

Gentile Dottore,
grazie della sua risposta.

È vero che non so assorbire il dolore, e quindi sì, sono vendicativa.

Tra l’altro il tradimento mi atterra quando è da parte mia. Soprattutto quando non è per nulla contemplato nell’universo dell’altro. L’idea di ferire l’altro mi disgusta. L’idea di aver esposto l’altra persona a questo pericolo mi fa pensare di non essere capace di un amore solido, e dunque di amore.

Ho lasciato il mio compagno, anche se questo mi fa soffrire, perché penso che il lato oppressivo del suo carattere possa riemergere e mi spaventa molto l’idea dividere l’esistenza con qualcuno che intende l’amore come un regime assolutista. Ho bisogno di persone attorno a me che sappiano accettare la coesistenza di tante cose nella vita, e dunque anche di opinioni e visioni opposte alle loro. In questo momento sono ancora molto giù per la nostra separazione, ma allo stesso tempo mi sento felice del fatto che i miei pensieri siano tutti miei e il mio tempo tutto mio. Non mi devo giustificare e vivo bene.

Leggerò senz’altro i suoi libri; spero che mi aiutino soprattutto ad integrare il legame e la sofferenza nella mia vita. Se verrò in Italia e avrò modo di essere a Roma, la chiamerò.

La ringrazio ancora

Diana X

Diana ha scelto, per ora, una soluzione autarchica: sperimentare il piacere di sentirsi liberi ma nell’amarezza della solitudine. Così facendo ella evita l’angoscia di dipendere (il suo io è poco autonomo, quindi rischia la dipendenza passiva in ogni legame); ma si condanna all’isolamento affettivo. In un certo senso, qui l’autarchia coincide con una sottile forma di punizione per i propri bisogni, che affamati di amore possono indurre il “cedimento” a una relazione affettiva.

Durerà a lungo questa strategia dell’autosufficienza?


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